Cineforum: Terza proiezione

Cineforum: Terza proiezione

Clint Eastwood, Gran Torino

Giovedì 13 febbraio 2020 ore 14:30

Biblioteca dell’istituto Volta

Si ricorda che la partecipazione è aperta a tutti gli studenti compatibilmente con gli impegni didattici di ciascuno.

È gradita l’iscrizione che può essere effettuata semplicemente indicando il proprio nome e la classe nel foglio affisso alla porta della biblioteca.

Per chi vuole saperne di più sul film ecco una breve scheda informativa.

gran torino
Clint Eastwood, Gran Torino

Scheda del film

Regia: Clint Eastwood; sceneggiatura: Nick Schenk; fotografia: Tom Stern; musica Kyle Eastwood e Michael Stevens; durata: 112 min; paese e anno: USA, 2008; interpreti: Clint Eastwood (Walt Kowalski), Bee Vang (Thao Vang Lor), Ahney Her (Sue Lor), Cory Hardrict (Duke), Chris Carley (Padre Janovich), John Carroll Lynch (Martin il barbiere), Geraldine Hughes (Karen Kowalski), Brian Haley (Mitch Kowalski), Brian Howe (Steve Kowalski), Nana Gbewonyo (il monaco), Choua Kue (Youa), Chee Thao (la nonna).

Trama e altre informazioni

L’ultrasettantenne, pensionato e vedovo, Walt Kowalski, vive solo, col suo cane e la sua Ford Gran Torino del 1972, alla periferia di Detroit, città nella quale ha lavorato come operaio e trascorso la sua intera vita. Ma mentre lui è rimasto lo stesso, attorno a lui il mondo è cambiato: sono sorte nuove case mal tenute, abitate oltre che dai neri, che lì ci sono sempre stati, da italiani, irlandesi, messicani e cinesi; le bande di giovani teppisti infestano i quartieri della città. Così lui si è trasformato sempre più in un reduce del passato, asserragliato a casa sua come in un fortino con tanto di bandiera a stelle e strisce, per difendere, col fucile in mano, un mondo che ormai non esiste più e tenere fuori dalla sua proprietà quello che esiste e che lui disprezza. Non è in pace con se stesso. Nella guerra di Corea (1950-1953) ha visto e ha compiuto atrocità che ancora lo affliggono: «La cosa che tormenta di più un uomo è quella che non gli hanno ordinato di fare», confessa a Padre Janovich, alludendo alle atrocità fatte per il perverso piacere del sangue e della violenza che la guerra suscita. Kowalski è violento e pensa che la violenza sia l’unica soluzione dei problemi. È un cattivo padre che non sopporta figli, nuore e nipoti, i quali lo sopportano ancor meno e da lui non si aspettano altro che la casa e l’automobile in eredità. È razzista e detesta in particolare la famiglia di «musi gialli» che di recente si è trasferita nella villetta di fianco a lui. Si tratta di una famiglia Hmong (profughi appartenenti a una popolazione asiatica stanziata nella Cina e nell’Asia sud-orientale) altrettanto tradizionalista di lui. Non capisce la loro lingua, il modo in cui vivono, quello che mangiano. Eppure a poco a poco si accorgerà di avere in comune con loro più di quanto non abbia in comune con la propria famiglia, soprattutto grazie alla loro figlia, Sue Lor, e all’altro figlio Thao. Un incontro fortnato e a suo modo lieto, se si può dire lieto ciò che avviene in mezzo alla violenza più brutale. Questo è forse l’aspetto paradossale della pellicola. Il film infatti, attraverso l’estremo riscatto del protagonista – un uomo violento, razzista e intollerante –, intende combattere il razzismo, la violenza e l’intolleranza.

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